La mia Bialetti

La mia Bialetti da tre, quell’affare luccicante che ogni mattina mi ritrovo a pescare nel lavello della cucina, tra piatti sporchi e bottiglie di birra sacrificate la sera precedente, è una macchina geniale. Tre forti fortissimi componenti in alluminio sfavillante si intersecano e si avvitano perfettamente per dare corpo all’idea di un uomo illuminato.
La mia Bialetti mi piace proprio. È elegante. Immaginati una fantastica clessidra metallica a base ottagonale al cui interno nascono tre tazzine di puro, appagante, gustosissimo godimento.
Incipriata dal calcare e con quelle chiazze scure vicino al fondo ha pure quell’aria vissuta che la rende davvero irresistibile.
La mia Bialetti sfoggia persino una cicatrice che la rende unica: un mezzo manico frastagliato, spezzato obliquamente dall’impatto contro un muro, che sta lì come un ammonimento a ricordarmi le conseguenze che può avere l’ira di una donna.
È tutto ciò che rimane di quella fiera e plastica ansa color nero corvino attraverso cui si concedeva ancora bollente alla mia mano.
Sì perché è quando si riscalda che lei dà il meglio di sé.
La mia Bialetti ti dona la confortante certezza che una volta messa sul fuoco, dopo cinque precisissimi minuti - cascasse il mondo - tu udirai nascere dal suo ventre in ebollizione quel viscerale gorgoglio araldo di un trionfo di nobili aromi.
La mia Bialetti è un ricettacolo di raro piacere, una calda sorgente da cui si libera il familiare e rassicurante profumo da cui sboccia il giorno.
La mia Bialetti da tre è una macchina geniale perché a suo modo è la mia piccola, preziosissima pietra di Geber. La sola in grado di trasformare il mio risveglio quotidiano in un quotidiano risveglio dei sensi.
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